Albero Felix: una serata di pensiero e comunità alla Biblioteca Planettiana
28 Set
Jesi, 27 settembre 2025 – Sala gremita e pubblico attento per la presentazione di Albero Felix, il libro di Vittorio Bortoluzzi, promossa dall’Associazione Ánemos insieme a Diversamente Comunicazione, editrice di QDM Notizie e Jesi e la sua Valle. L’evento si è svolto nella cornice della Sala Maggiore della Biblioteca Planettiana, trasformata per l’occasione in uno spazio di ascolto, dialogo e condivisione.
Il direttore Pino Nardella ha guidato la conversazione con l’autore, mentre l’attore Luigi Caporaletti ha dato voce ad alcuni brani scelti, permettendo al pubblico di assaporarne la densità poetica e filosofica.
Un titolo che parla di fecondità
Il titolo del libro custodisce un significato che va oltre la semplice idea di “felicità”. In latino, infatti, felix significava innanzitutto fertile, capace di dare frutti. Da questo senso originario derivano i significati di prosperità, fortuna e, solo in seguito, di gioia. Bortoluzzi recupera proprio questa radice, presentando la vita come un albero che mette radici, cresce, incontra, si trasforma e porta frutto. Un frutto che non è materiale, ma un’eredità intangibile, fatta di pensieri, consapevolezze e parole da condividere.
La scoperta dell’“io”
Uno dei brani più intensi letti da Caporaletti riguarda la nascita dell’autocoscienza:
«Ma quel pronome, io, suscitò in me una profonda impressione. Ma chi era questo io? Non avevo mai pensato a me stesso in questi termini.»
Il pubblico ha accolto con attenzione questa pagina che racconta lo stupore originario del riconoscersi come soggetto. È l’inizio di un percorso che, dall’egocentrismo infantile, porta progressivamente a scoprire che l’“io” autentico trova senso solo nell’incontro con il “Tu” e con il “Noi”.
La vita come acqua
Un altro momento particolarmente significativo è stata la lettura della celebre storiella dei pesci ripresa da David Foster Wallace:
«Ci sono due pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e dice: “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e chiede: “Ma cosa diavolo è l’acqua?”»
Questo passaggio ha offerto lo spunto per riflettere su quanto rischiamo di dare la vita per scontata, proprio come i pesci che non sanno di nuotare nell’acqua. Il libro invita invece a rinnovare lo sguardo e a riscoprire la meraviglia come antidoto all’indifferenza.
La vita non è ovvia
Il percorso di riflessione trova compimento in un passaggio di rara chiarezza:
«In realtà, se riflettiamo più a fondo, ci rendiamo conto che non vediamo quello che è evidente (l’acqua, la vita) perché lo diamo per scontato. Ma lo è davvero? La domanda “che cosa è la vita?”, al contrario, non è ovvia: dobbiamo andarla a cercare, richiede un’attività riflessiva. In questa attività consiste il lavoro della mente.»
Una pagina che ha risuonato fortemente in sala, restituendo a tutti il senso dell’esercizio filosofico come pratica viva, che non offre risposte preconfezionate, ma tiene aperto lo spazio delle domande.
La meraviglia come origine del pensiero
Un’altra pagina letta in sala ha colpito per la sua forza evocativa:
«La meraviglia è l’opposto dell’ovvio. Lo straordinario che si contrappone all’ordinario. Il filosofo che “sa di non sapere” che si contrappone al sapiente che suppone di sapere.»
Bortoluzzi ricorda come la filosofia nasca dallo stupore, dal “thaumazein” dei Greci, cioè dal lasciarsi sorprendere. Il pubblico ha accolto con silenzio partecipe questa riflessione che ci invita a non smettere di guardare il mondo con gli occhi incantati dell’infanzia, prima che l’ordinario e il già noto soffochino lo sguardo.
«Il mondo è sempre meraviglioso, non dobbiamo cambiarlo, trasformarlo in un giocattolo, sono i nostri occhi che non riescono più a vederlo per quello che è veramente.»
Queste parole hanno risuonato come un invito a recuperare la capacità di stupirsi, antidoto prezioso in un tempo che rischia di ridurre tutto a calcolo, tecnica, utilità.
Vita e morte come facce della stessa medaglia
Tra i brani più intensi della serata, la lettura dedicata all’esperienza del limite e alla scoperta della morte:
«Comprendevo che vita e morte siano legate indissolubilmente l’una all’altra, due facce della stessa medaglia. Che non c’è vita senza morte, ma che la vita è preziosa, unica e irripetibile e questo è il motivo per cui dobbiamo morire giusti.»
Qui il pensiero dell’autore si fa testimonianza: la morte non è solo fine, ma rivelazione del valore infinito di ogni attimo.
«Ero vivo! Ero vivo! Sentivo il mondo intorno a me come non lo avevo mai sentito. Era bellissimo! Che meraviglia, la vita!»
Il pubblico, profondamente coinvolto, ha colto in queste pagine la verità di un’esperienza che non resta astratta, ma diventa carne, respiro, gratitudine.
Un cammino condiviso
Le tre letture – sull’“io”, sulla meraviglia e sull’esperienza del limite – hanno offerto al pubblico un percorso che è insieme intimo e universale. Dal riconoscimento del sé, allo stupore che apre al mondo, fino alla consapevolezza che vita e morte non si escludono ma si illuminano a vicenda.
Non stupisce che il momento conclusivo della serata, dedicato al dialogo con il pubblico, sia stato vissuto come il più importante: domande, risonanze e condivisioni hanno trasformato la presentazione in un’esperienza collettiva di pensiero, in pieno spirito Ánemos.
Un pubblico coinvolto
L’attenzione e l’interesse con cui il pubblico ha seguito l’incontro hanno reso la serata particolarmente intensa. Non semplici spettatori, ma parte attiva di un dialogo: le domande, le risonanze e le curiosità emerse nel momento conclusivo – a cui l’autore teneva in modo speciale – hanno arricchito ulteriormente il confronto, trasformandolo in un’esperienza collettiva di pensiero e comunità.
La visione di Ánemos
La presentazione di Albero Felix si inserisce nel cammino culturale dell’Associazione Ánemos, nata nel 2021 in piena pandemia per promuovere spazi di parola, pensiero e relazione. Progetti come Iceberg e il concorso Il dono del vento testimoniano l’impegno dell’associazione nel coltivare cultura come bene comune, fertile terreno per la crescita di ciascuno e della comunità intera.